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Scusa ma ti
chiamo amore |
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AMT ITALIA |
Federico Moccia: "Le ragazzine
sono il mio successo. Ma non faranno vacillare il mio matrimonio..."
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fonte:

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ROMA – Roma, anzi, meglio,
periferia di Roma, uno di quegli spazi che sembrano
infiniti, verso dove non si sa, popolati di centri
commerciali, di strade e di nulla. Un grande centro
sportivo, con piscine, palestre, campi da tennis, le
palestre con i pesi e quelle per la danza. Una di quelle
grandi città un po’ artificiali, una metropoli che sa di
cloro e di passi di suole di gomma sul parquet. Lì, eccola
l’agitazione solita di un set. Quello che passa con la
ricetrasmittente, le comparse un po’ spaurite che mangiano
il cestino, l’operatore della steadycam tutto pieno di
corde, bracci, pulegge come un astronauta, o uno scalatore
di ferrata. E in fondo a tutto quel caos militarizzato c’è
lui, Federico Moccia. Lo scrittore più letto, più
sottolineato, più amato del momento. Quello di “Tre metri
sopra il cielo”, il best seller esploso di colpo, dopo sette
anni di letargo. E poi, tutto il resto. I film, la moda, le
ragazzine che si passano il libro sotto banco, i film con
Scamarcio, i lucchetti su Ponte Milvio per giurarsi eterno
amore.
E adesso, lui che dirige il film
tratto dal suo libro, “Scusa ma ti chiamo amore”. Con Raoul
Bova come protagonista. Quando arriviamo noi, però, ci sono
solo tante ragazzine. Girano una scena nelle docce della
palestra, chiacchierano da una doccia all’altra. E’ una
scena delicata: è la prima volta che le ragazzine
protagoniste del film devono girare nude. Ma nel monitor, e
quindi poi nel film, non si vede proprio niente.
E’ un ragazzo tranquillo, apparentemente non scosso da tutto
quel ciclone di popolarità che gli è piovuto addosso. La
prende con calma, questa tempesta di mail di ragazzine, di
adolescenza inquieta che si riconosce nelle sue parole.
Moccia, ma che effetto fa tutto questo successo?
“Mah, fa piacere, certo. Ma io lo dico sempre: scrivere è
sempre stato il mio piacere. E ho scritto libri perché
piacevano a me. Io mi sentivo felice, anche quando non avevo
successo”.
L’emozione più grande? Quando è
che ha capito che era successo qualcosa, con i suoi libri?
“Quando sono passato da Ponte Milvio, poco dopo che era
uscito il libro. Sono passato la mattina, e poi la sera. E
la sera era pieno di lucchetti. Lì mi sono emozionato”.
Lei è sposato?
“Sì. Da sei anni”.
Ma tutte le ragazzine che impazziscono per i suoi libri non
la fanno vacillare?
“Macché. Sono ragazzine, appunto. Mi fa piacere che si
sentano capite. Ma non cerco altro”.
Non pensa mai di rivivere l’adolescenza insieme a una di
loro?
“Non vorrei rivivere l’adolescenza: vorrei proprio avere
sedici anni e andare in motorino! La scuola era facilissima,
in realtà. E passavo un sacco di tempo come volevo io: mica
grandi cose, magari con la nonna a vedere la tv. O a giocare
a calcio”.
Arriviamo al film. Lei ha scelto Raoul Bova, come
protagonista. Che cosa la colpiva di lui?
“Lo conosco fin da tempi non sospetti: facevamo insieme
‘Scommettiamo che…’, saranno stati quindici anni fa! Raoul
mi piace molto umanamente: è una persona perbene, oltre ad
essere molto bravo e bello. Mi piacciono anche le quattro
protagoniste che ho trovato: ragazze sconosciute, che ho
scelto dopo infiniti provini. Mi sembrano molto brave, e
insieme molto vere”.
Il cinema lei lo ha respirato
fin da piccolo. Suo padre, Pipolo, era lo sceneggiatore di
Totò, di Salce, di Zampa, poi di Celentano.
“Mi piaceva molto quella atmosfera, mi piaceva che per casa
girassero Tognazzi, e poi Pozzetto, Abatantuono, Celentano.
Mi piacevano soprattutto le proiezioni private, quelle ‘per
addetti ai lavori’, nella saletta dell’Anica. Mi piace
l’atmosfera un po’ segreta del cinema quando si prepara,
come in cucina”.
Quando preferisce scrivere? Giorno o notte? Con musica o
senza? Casa o fuori?
“Di notte. In mansarda, una mansarda dove vengo ospitato
spesso. Con la musica. O musica classica, o radio. Mi piace
anche la casualità dell’ascolto radiofonico. Entrare in
sintonia con quello che la gente, in quel momento, sta
ascoltando. Farsi dare una mano di carte dal destino: quella
canzone, che non ti sarebbe mai venuta in mente”.
Le piace la sorpresa…
“Sì: mi piacciono le sensazioni che arrivano, quando meno te
le aspetti”.
Il suo sarà un film da grande pubblico. Le dispiace un po’,
non essere ancora finito nello scaffale di chi fa il cinema
“d’autore”?
“Neanche per sogno. In America, ci sono i musei e c’è il
wrestling. E ognuno ha il suo spazio e il suo pubblico. Io
non dico di fare wrestling cinematografico, non faccio
neanche i film di Natale: mi piacerebbe fare il mio cinema
romantico, senza pretendere di fare Bergman”.
Ma i suoi film preferiti quali sono?
“Su tutti, ‘Pretty Woman’ e uno dei suoi antecedenti,
‘Vacanze romane’…”.
E tra i film di suo padre?
“Direi ‘La voglia matta’ e ‘Il federale’. E poi, più
recentemente, il Celentano di ‘Segni particolari:
bellissimo’.
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